06
maggio 2015

FASHION REVOLUTION: CHI HA FATTO I MIEI VESTITI?

ovvero: come un distributore automatico di T-Shirt nel centro di Berlino possa svelarci la scomoda verità che si nasconde dietro alcuni indumenti che indossiamo
Posted by il 06 maggio 2015

Il mio proposito 2015 di esplorare Twitter continua inesorabile. Tra le scoperte più interessanti di questi giorni ce n’è una che ho trovato tra i tweet di Sylvain Lunven, studente di Bordeaux col pallino della comunicazione, e che mi ha talmente colpito che penso meriti di essere subito condivisa con voi.

Si tratta di una iniziativa di guerrilla marketing che oltre al suo brillante contenuto di creatività mi ha offerto l’occasione di riflettere sul significato dei nostri gesti di consumo. Gesti che ci appaiono innocui, finché li pensiamo circoscritti alle nostre tasche, ma che in certi casi possono alimentare meccanismi di cui non vorremmo farci complici se fossimo più informati e consapevoli delle conseguenze del nostro comportamento.
Un settore a cui queste riflessioni possono applicarsi è quello dell’abbigliamento, che accanto ai vestiti prodotti nei tanti paesi come il nostro dove il lavoro è soggetto a regolamentazioni e tutele, offre anche indumenti a basso prezzo (seppur a volte prodotti per marchi di altissima gamma) che sono confezionati in paesi dove i diritti dei lavoratori non sono altrettanto rispettati, i minori sono sfruttati, la sicurezza non è tutelata, gli orari e le retribuzioni rasentano la schiavitù. Concetti rispetto ai quali può diventare interessante conoscere l’origine della merce appesa nei nostri armadi.

Fashion Revolution - Who made my clothes?

IL CROLLO DEL RANA PLAZA

Emblematico in questo senso è il caso del Bangladesh, nella cui capitale Dacca il 24 aprile 2013 crollò il Rana Plaza, un edificio di otto piani nel distretto di Savar che ospitava fabbriche tessili e altre realtà produttive e commerciali. Le operazioni di soccorso e ricerca si sono concluse con 1.129 vittime e circa 2.515 feriti. Il crollo del Rana Plaza di Savar è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia. E’ stato un evento dalle grandi conseguenze politiche, ma anche uno scossone per il mondo della moda e per le nostre coscienze. Sono ben 29 i marchi internazionali, in larga parte noti a tutti noi, che risultarono collegati a società operanti nell’edificio del Rana Plaza: da Walmart a Carrefour, da Mango a Benetton, quest’ultima tra le pochissime aziende coinvolte ad aver scelto (quantomeno) di risarcire con 1,1 milioni di dollari le famiglie delle vittime del crollo.

Fashion-Revolution_quote_lucy_siegle

L’ASSOCIAZIONE FASHION REVOLUTION

Lo sfruttamento dei lavoratori tessili è una realtà di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma non è facile cogliere la correlazione con gli acquisti che facciamo e della cui responsabilità non abbiamo quindi vera consapevolezza. Eppure, ogni volta che acquistiamo qualcosa, stiamo tacitamente sostenendo il sistema che ha permesso di metterci a disposizione quella merce a quel prezzo. Sulla scia di questa idea, e proprio in occasione del crollo del Rana Plaza di Savar, è nata un’associazione di nome Fashion Revolution, che si definisce come una coalizione globale di designer, accademici, scrittori, imprenditori e politici impegnati a stimolare una riforma strutturale della fashion supply chain. Fashion Revolution opera ormai in 71 paesi, Italia compresa, e sviluppa molteplici iniziative per sensibilizzare i consumatori alle conseguenze delle proprie scelte e sensibilizzare le aziende a rendere trasparente l’origine dei propri prodotti, come è accaduto per la campagna di selfie con hashtag #whomademyclothes, che l’associazione ha chiesto ai propri follower di scattare e indirizzare ai produttori per chiedere loro di dichiarare l’origine dei vestiti che ci hanno venduto.

Fashion-Revolution_quote_vivienne_westwood

IL DISTRIBUTORE DI T-SHIRT DI BERLINO

Uno degli ultimi progetti sviluppati per Fashion Revolution dalle agenzie BBDO et UNIT9 è un distributore automatico di T-Shirt molto particolare, collocato nella celebre Alexanderplatz di Berlino, che attira ai passanti con la promessa di poter acquistare una t-shirt per soli 2 Euro. Stuzzicati dall’affare i consumatori si avvicinano alla macchina, ma nel momento in cui decidono di inserire i 2 Euro, sul touch screen della macchinetta viene riprodotto un video che racconta la storia dietro a quella maglietta, mostrando i volti e i nomi di coloro che stanno confezionando indumenti simili a quella T-Shirt, lavorando 16 ore al giorno, per 13 centesimi all’ora, in evidenti condizioni di degrado. Al termine del video, due pulsanti appaiono sullo schermo “Buy” e “donate”, per offrire al consumatore due diverse possibilità: completare l’acquisto oppure devolvere quegli stessi 2 euro all’associazione che dichiara di voler difendere e proteggere i diritti di questi lavoratori sfruttati.

Fashion-Revolution-T-Shirt-Berlin

il distributore automatico di magliette di Fashion Revolution in Alexander Platz a Berlino - Carefully selected by Gorgonia www.gorgonia.it

GLI EFFETTI DEL DISTRIBUTORE DI T-SHIRT

Inutile dire che molti dei passanti scelgono il tasto di destra – quello della donazione – come il video enfatizza in un sapiente crescendo emozionale dal retrogusto – mi sia concesso – un filo buonista. Certo, un pochino di retorica c’è dietro a tutta questa operazione, e la mia esperienza di organizzazioni no profit mi basta per non collocare automaticamente un’aureola di santità sul capo di Fashion Revolution, che fino a ieri nemmeno conoscevo. Penso però che questa operazione, come le altre che lanciate dall’associazione, mantenga un’innegabile efficacia nel metterci di fronte bruscamente a una realtà che ignoriamo e nel dare coscienza del problema anche a chi, come me, non aveva mai riflettuto a sufficienza sul peso profondo dei propri acquisti. Forse continueremo a fare i nostri acquisti come prima. Forse invece ci porremo almeno il dubbio di rivoltare l’etichetta per capire quale sia il paese di provenienza dei vestiti che indossiamo, per scegliere liberamente se continuare a comprarli.
O magari, invece, sceglieremo anche noi di schiacciare l’altro bottone? 😉

Francesco Catalano for Fashion Revolution - www.gorgonia.it

Per saperne di più:

  • Il sito di Fashion Revolution
  • La pagina Wikipedia dedicata al crollo del Rana Plaza di Savar
  • L’account Twitter di Sylvain Lunven tra i cui tweet ho scoperto questa chicca
  • L’account Twitter di Gorgonia dove trovare tutte le novità del blog
  • …e naturalmente anche il mio account Twitter …per i buongustai che volessero contribuire alla mia motivazione a restare su questo social network con un follow (che ha più o meno la stessa portata morale di un 5 per mille 🙂 )
Francesco Catalano

Marketing manager per passione, interior designer per natura, blogger e autore per destino, vive tra un villaggio nel sud della Francia e l’Emilia Romagna. Direttore Marketing e Comunicazione di Novoceram, la più antica manifattura ceramica francese, studioso di marketing esperienziale e autore del primo libro sui Temporary Store. Accanto all’attività manageriale, svolge anche quella di interior designer nel suo studio dove applica i principi del marketing esperienziale alla progettazione di interni residenziali e commerciali. I suoi progetti hanno ottenuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui la prestigiosa Etoile dell’Observeur du Design.
www.francescocatalano.it

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